I leader di maggioranza hanno trovato ieri sera l'intesa su un fondo di qualche centinaio di milioni destinato a nuove forme limitate di pensionamento anticipato, con i dettagli rinviati a gennaio dopo l'ultima legge di Bilancio della legislatura. Il vertice, a cui hanno partecipato la premier Giorgia Meloni, il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, ha anche messo a punto il dossier banche e le misure per le famiglie. Lo riporta Il Sole 24 ORE.
La manovra, valutata sulla carta intorno ai 23,5 miliardi di euro secondo MilanoFinanza, dovrebbe arrivare al consiglio dei ministri tra oggi e domani in tarda mattinata. Prima della riunione di governo restano da definire le modalità di utilizzo della clausola di salvaguardia sull'energia, su cui continuano i negoziati con l'Unione europea accompagnati, almeno da parte governativa, da un certo ottimismo.
Il pressing della Lega e il fondo per i 64enni
L'ostacolo più grosso era domestico, non europeo. La scorsa settimana la Lega aveva posto un veto netto: senza misure sui pensionamenti anticipati, aveva chiarito Matteo Salvini, il partito non avrebbe votato la legge di Bilancio. Uno scontro duro, risolto con la formula del rinvio.
Lo stallo sulla proposta leghista dell'opzione anticipata per i 64enni con 36 anni di contributi, una replica depotenziata della vecchia Quota 100, è stato superato rimandando le decisioni a gennaio. Come nel 2018, ma con meno soldi in cassa, la manovra si limiterà ad appostare un fondo di poche centinaia di milioni per aprire canali di flessibilità in uscita a platee selezionate. Poco, rispetto alle promesse. Ma un segnale politico che Salvini potrà portare a casa davanti alla sua base.
Il problema, come ricorda MilanoFinanza, resta sempre lo stesso: come finanziare le uscite anticipate senza sacrificare l'Ape sociale, opzione donna e l'ipopensione, e senza far lievitare il costo complessivo del pacchetto.
La forbice sull'indicizzazione: chi paga stavolta
Sul capitolo previdenziale si lavora però anche a un altro fronte, più silenzioso e potenzialmente più insidioso: un nuovo intervento sull'indicizzazione delle pensioni all'inflazione. Quando i prezzi crescono, il meccanismo che aggancia gli assegni alla dinamica dell'inflazione moltiplica i costi per lo Stato. E la manovra ha bisogno di coperture.
Le ipotesi, confermate da più fonti, puntano a tornare a lavorare di forbice sull'indicizzazione: rivalutazione piena garantita per gli assegni più bassi, tagli progressivamente più profondi man mano che l'importo si alza. Il modello è quello già usato nel 2023-24, quando la rivalutazione integrale fu garantita solo fino a quattro volte il minimo, mentre per le pensioni più alte si scese rapidamente dall'85% al 32% per le fasce più ricche.
All'epoca, con l'inflazione galoppante per la guerra in Ucraina, quella forbice garantì coperture da 2,1 miliardi nel 2023 e da 4 miliardi annui nel biennio successivo. Oggi l'obiettivo sarebbe più leggero: rientrare in quegli 1,7 miliardi che l'ultimo programma di bilancio inviato a Bruxelles etichetta alla voce
