ROMA. Le motivazioni della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva le condanne all'ergastolo per l'omicidio di Saman Abbas lasciano poco spazio ai dubbi: non fu un atto d'impeto, ma l'esecuzione di un piano costruito in precedenza e condiviso dall'intera famiglia. La diciottenne pachistana fu uccisa nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, perché voleva vivere secondo regole diverse da quelle imposte dal clan.
Lo ha stabilito la Prima sezione penale della Suprema Corte, come riportano }>DAGOSPIA e i principali giornali italiani. Le motivazioni, circa 100 pagine, chiudono definitivamente l'iter giudiziario su uno dei delitti che ha segnato gli ultimi anni del nostro Paese.
Cosa scrive la Cassazione nel dispositivo motivazionale
I giudici sono netti: «L'omicidio di Saman Abbas non fu il frutto di una decisione maturata la notte del crimine, ma l'esecuzione di un progetto criminoso elaborato in precedenza e condiviso all'interno di tutto il nucleo familiare, senza che il tempo trascorso fosse riuscito a fungere da adeguata controspinta».
Un passaggio che smonta la tesi, accolta in primo grado quando caddero le aggravanti e i cugini vennero assolti, di un gesto estemporaneo. La Corte di assise di appello di Bologna, scrivono i supremi giudici, «ha congruamente e correttamente escluso» che il contesto socio-culturale-religioso del Paese di provenienza costituisse fattore idoneo ad attenuare il gravissimo disvalore etico-giuridico del movente.
La sentenza, dunque, non lascia appigli: si tratta di «una decisione premeditata per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza, che intendeva vivere secondo canoni sociali diversi da quelli di origine», come riporta }>Il Globo.
Le condanne definitive: chi è finito all'ergastolo
Dal 15 luglio sono definitive le condanne all'ergastolo per i genitori della ragazza, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, descritta dai giudici come colei che «accompagnò la figlia a morire». Ergastolo anche per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq, mentre allo zio Danish Hasnain sono stati inflitti 22 anni di reclusione.
Saman era scomparsa nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021. Il suo corpo fu ritrovato sepolto sotto tre metri di terra nei dintorni di casa, un anno e mezzo dopo la scomparsa, come ricordano }>Repubblica e le altre testate che hanno seguito il caso.
«La vita non si sacrifica a tradizioni antistoriche»
Il passaggio forse più significativo delle motivazioni riguarda il principio giuridico affermato dai supremi giudici, destinato a pesare su vicende simili in futuro. «I diritti inviolabili, come la vita, non possono essere sacrificati a tradizioni culturali o religiose antistoriche, né l'adesione a stili di vita confessionali e di fede può giustificare maltrattamenti, prevaricazioni o violenze di alcun tipo», si legge nella sentenza.
E ancora: quei diritti costituiscono «uno sbarramento invalicabile che nessuna pretesa finalità educativa, ancorché di matrice etico-religiosa, autorizza a disconoscere o a comprimere».
Parole che vanno oltre questo singolo processo. La Cassazione mette nero su bianco che nessuna cultura, nessuna tradizione, nessuna lettura religiosa può essere usata in un'aula di giustizia italiana per attenuare la responsabilità di chi uccide. Un principio che il Paese aspettava di vedere scritto con questa chiarezza.
Nemmeno il diritto pakistano giustifica il delitto d'onore
I giudici chiusura anche un'eventuale via di fuga culturalista dal versante del diritto comparato. La stessa sentenza della Corte di assise di appello di Bologna, sottolinea la Cassazione, rimarca come il movente del reato «non trovi avallo neppure nel diritto positivo del paese d'origine degli imputati, come evolutosi nel tempo».
L'ordinamento pakistano, infatti, «sanziona penalmente il delitto d'onore sin dal 2016». E le comunità islamiche costituitesi parte civile nel processo «hanno sottolineato come le condotte incriminate in questo processo siano in insanabile contrasto con i precetti della religione musulmana».
Insomma: nemmeno in Pakistan quel delitto sarebbe stato legittimo, e nemmeno l'Islam riconosce come propri quei gesti. Chi uccide nel nome dell'onore non difende nessuna tradizione, commette semplicemente un omicidio, come ha ricordato anche }>Il Mattino di Padova riprendendo le parole della Corte.
Perché questa sentenza pesa oltre il caso Saman
La vicenda di Saman Abbas pone interrogativi che riguardano l'integrazione, il rispetto delle regole del Paese che ci ospita e i limiti invalicabili della convivenza civile. Una ragazza di 18 anni voleva soltanto vivere una vita normale in Italia, con le sue scelte, la sua libertà, i suoi desideri. Per questo è stata uccisa dal suo stesso sangue.
La Cassazione ha fatto la sua parte: ergastolo confermato, movente chiarito, principio affermato. La parola ora passa alla politica e alla società: assicurare che nessun'altra ragazza debba pagare con la vita la libertà che la nostra Costituzione le garantisce.
Domande frequenti
Quando è stata resa definitiva la condanna per l'omicidio di Saman Abbas?
Le condanne all'ergastolo per i genitori e i cugini di Saman Abbas sono diventate definitive il 15 luglio, con la sentenza della Corte di Cassazione le cui motivazioni sono state depositate il 6 novembre.
Cosa hanno stabilito i giudici sul movente dell'omicidio?
I giudici hanno stabilito che si trattò di una decisione premeditata per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza, che voleva vivere secondo canoni sociali diversi da quelli familiari, e non di un atto d'impeto.
La Cassazione ha riconosciuto attenuanti culturali?
No. La Suprema Corte ha affermato che i diritti inviolabili, come la vita, non possono essere sacrificati a tradizioni culturali o religiose, e che l'ordinamento pakistano sanziona penalmente il delitto d'onore dal 2016.
