Non studiano, non lavorano, non si formano. E per anni li abbiamo liquidati come ragazzi viziati, figli di un'infanzia dorata, generazione di fannulloni cresciuta davanti allo schermo. Ma secondo Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro, dietro il fenomeno dei Neet c'è un tradimento ben preciso: quello degli adulti. Lo ha dichiarato in un'intervista rilasciata a Open il 19 ottobre 2025.
Lancini, docente alle università Bicocca e Cattolica di Milano e autore del libro A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi), smonta pezzo per pezzo il racconto che il mondo adulto si racconta per dormire la notte. E lo fa con una durezza che non risparmia nessuno: genitori, scuola, politiche pubbliche.
Il mito dei giovani viziati crolla
La tesi dell'esperto è netta: i giovani non si sono ritirati dallo studio e dal lavoro perché hanno ricevuto troppo. Sono disillusi, e la disillusione nasce da una promessa tradita.
«Le ultime generazioni stanno affrontando l'adolescenza e la giovane età adulta sempre più disilluse, perché sono cresciute in una società che aveva promesso loro che sarebbero state più ascoltate, dai genitori e dalla scuola, ma che in realtà ha tradito questa promessa», ha detto Lancini a Open.
Il ragionamento è semplice e spiazzante. Gli adulti consumano risorse, compromettono l'ambiente, plastificano i mari, lasciano ai figli un futuro sempre più incerto. Poi, quando i ragazzi stanno male, la colpa viene scaricata sulla musica trap, sui videogiochi, su internet. «Aver giocato a guardie e ladri non significa diventare criminali», ha tagliato corto lo psicologo.
Ascoltare, ma solo quando conviene
Lancini non nega che oggi si ascoltino i figli più di un tempo. Ma rivela l'inganno nascosto in questa presunta apertura.
«Li ascoltiamo, sì, ma spesso soltanto quando esprimono emozioni che non ci disturbano. La tristezza, la paura e la rabbia sembrano essere diventate emozioni da eliminare», ha spiegato. Prendete un bambino che dice alla madre di avere paura di un cane. Invece di accogliere quella paura, l'adulto risponde che il cane è buono. L'emozione del bambino sparisce, cancellata dalla comodità dell'adulto.
E c'è di più. Quando i ragazzi soffrono, la rabbia non si rivolge contro i genitori o la società. Si rivolge contro se stessi, attraverso comportamenti autolesivi e altre forme di disagio. Il conflitto generazionale, nota Lancini, è oggi ai minimi storici: niente Sessantotto, niente piazza, solo ritiro e silenzio.
Il registro elettronico e la sorveglianza chiamata cura
Qui l'intervista diventa imbarazzante per ogni genitore italiano. Noi accompagniamo i figli a scuola, li monitoriamo tramite il registro elettronico, li geolocalizziamo. Chiamiamo tutto questo cura.
«Poi quando sono i ragazzi a geolocalizzarsi tra amici o all'interno di una coppia parliamo di controllo e possesso», ha osservato Lancini. La contraddizione è lampante e nessuno vuole vederla.
Intanto, ha aggiunto, «togliamo loro internet, il cellulare e l'intelligenza artificiale che saranno gli unici lavori del futuro e mentre tutti fuori vivono costantemente connessi». Costruiamo politiche che ignorano le esigenze delle nuove generazioni, e poi ci stupiamo del risultato.
La scuola: il luogo dove nasce il disagio
La notizia più scomoda arriva quando Open chiede come intercettare il disagio prima che diventi ritiro definitivo. La scuola, risponde Lancini, spesso non vede il problema perché è lei stessa il problema.
«Spesso la scuola non riesce a intercettare il disinvestimento perché è proprio la scuola il luogo in cui nasce il disagio», ha dichiarato. I ragazzi entrano in classe e vengono immediatamente valutati con voti numerici. La cultura viene confusa con la misurazione delle competenze.
E i genitori? Anziché fare una rivoluzione per i propri figli, «desiderano che resti uguale a quella che hanno frequentato loro». Nel frattempo la società è cambiata profondamente, ma la scuola è ferma.
Le proposte di Lancini sono concrete: il diritto dei ragazzi a conoscere i propri voti prima dei genitori, la riapertura di cortili e giardini, il riconoscimento dei bisogni emotivi dei bambini, un ripensamento del rapporto tra infanzia, privacy e controllo degli adulti. I bambini vengono ripresi continuamente, fin da piccolissimi, durante recite e attività scolastiche, per soddisfare esigenze dei genitori. Poi ci lamentiamo perché condividono qualsiasi cosa sui social. Il modello glielo abbiamo dato noi.
La dipendenza da internet non esiste come la raccontiamo
Sul tema più caldo del dibattito pubblico, quello dello smartphone e dei social, Lancini alza il muro contro il senso comune. La dipendenza dalla rete, intesa come semplice quantità di tempo passato online, non esiste come categoria clinica.
«Il tempo, da solo, non permette di stabilire se una persona abbia un problema. Viviamo in una società ormai connessa e dobbiamo capire che cosa accade nelle relazioni e nel funzionamento della persona», ha detto.
Una posizione che sbugiarda di fatto la crociata moralista di chi vorrebbe vietare i cellulari a colpi di decreto senza mai chiedersi che cosa succede davvero nella testa di un adolescente.
Che cosa serve davvero
La conclusione di Lancini è una richiesta secca al mondo adulto: meno privilegi difesi, più ascolto reale.
«Serve una nuova cultura che dica più sì ai giovani e più no agli adulti e alle loro abitudini», ha detto a Open. I ragazzi, quando trovano qualcuno disposto a chiedere loro chi siano davvero, «raccontano molte cose».
Il fenomeno dei Neet, ricorda infine l'esperto, non coincide con il ritiro scolastico: nelle fasce d'età più alte, come quella dei trentenni, pesano questioni economiche e occupazionali. Ma il seme del disinvestimento si pianta presto, nelle aule dove un ragazzo vale il voto che si porta a casa.
Domande frequenti
Cosa significa Neet?
L'acronimo indica i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione. In Italia il termine è spesso usato in senso spregiativo, come etichetta per ragazzi considerati fannulloni.
Perché secondo Lancini i giovani diventano Neet?
Secondo lo psicologo, non si tratta di vizi ma di disillusione: le nuove generazioni sono cresciute in una società che prometteva ascolto e ha tradito quella promessa, lasciando loro un futuro incerto.
La scuola può prevenire il fenomeno?
Lancini sostiene che spesso la scuola non intercetta il disagio perché è il luogo in cui quel disagio nasce, a partire dalla valutazione immediata con voti numerici.
