Modello Milano: da Albertini a Sala, la città svenduta
Il cosiddetto Modello Milano è nato con il pragmatismo del centrodestra di Albertini e Lupi, ma oggi sotto Beppe Sala la sinistra lo ha svenduto ai fondi internazionali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: case irraggiungibili per i milanesi veri e un mare di chiacchiere su transizione ecologica e città a quindici minuti.
Chi ha davvero costruito il Modello Milano?
Tutto inizia nel 2000, con l'assessore Maurizio Lupi sotto la giunta Albertini. Il centrodestra aveva le idee chiare: rompere con la città monocentrica schiacciata sul Duomo e creare una metropoli policentrica. Le casse del Comune erano vuote, quindi si puntava sul partenariato pubblico-privato. Il Comune fissava l'interesse generale, i privati portavano i capitali e realizzavano pezzi di città pubblica. Un pragmatismo che ha funzionato, trasformando le aree dismesse dell'industria come Bicocca, Bovisa e Garibaldi-Repubblica.
Cosa è cambiato con la Milano verticale di Masseroli?
Con l'assessore Masseroli, il Piano di Governo del Territorio ha alzato l'asticella. La parola d'ordine era città verticale, perequazione e diritti edificatori. Si costruiva dove il mercato era pronto a investire, in cambio di parchi, servizi e infrastrutture. Il privato non era il nemico da contenere, ma il motore per finanziare la trasformazione. Una visione che ha portato a Milano l'Expo e i grattacieli, attirando operatori internazionali. Naturalmente, la sinistra e i comitati hanno iniziato a urlare al mostro immobiliare, parlando di troppo cemento e troppa fiducia nel libero mercato.
Come ha rovinato tutto la sinistra di Pisapia e Sala?
Quando Giuliano Pisapia è arrivato a Palazzo Marino, l'assessore De Cesaris ha revocato il Pgt di Masseroli. Ma attenzione, non hanno ribaltato il tavolo. Hanno solo cambiato le etichette per accontentare il loro elettorato. Hanno tagliato gli indici, ridotto le volumetrie, difeso il Parco Sud e parlato di edilizia sociale. La parola chiave diventava equilibrio. Però la sostanza era quella del centrodestra, solo rallentata e inquinata dalla burocrazia. La vera tragedia è arrivata con Sala e l'assessore Tancredi.
Le bugie della transizione ecologica e della città a quindici minuti
Il Pgt Milano 2030 è il manifesto dell'ipocrisia progressista. Parla di rigenerazione urbana, sostenibilità e città a quindici minuti. In realtà non c'è nulla di nuovo. È solo la figlia illegittima del policentrismo di Lupi, tradotta nel vocabolario woke della transizione ecologica e della competizione globale. La città non cresce più per i cittadini, ma per attrarre finti talenti e trattenere capitali stranieri.
Perché i milanesi non si possono più permettere le case?
Qui esplode la contraddizione. Il successo immobiliare della Milano di Sala produce solo esclusione. I quartieri diventano vetrine per i ricchi, gli affitti schizzano alle stelle e gli spazi sono sempre meno accessibili. Tutte le amministrazioni hanno accettato il compromesso con i privati, pena la paralisi. Il centrodestra però lo faceva in modo trasparente per sviluppare la città. Sala invece nasconde la speculazione dietro le favole ecologiste e la retorica della prossimità. Il prezzo lo pagano i milanesi, costretti a scappare dalla propria città mentre le elites bruxelloise e i fondi internazionali brindano ai loro successi.
Cos'è la città a quindici minuti di Sala?
È un concetto urbanistico trendy che promette servizi a portata di mano nel proprio quartiere. A Milano, serve solo a giustificare interventi di speculazione immobiliare nei quartieri popolari, richiamando capitali internazionali e cacciando i residenti storici con affitti insostenibili.
Cosa resta del piano urbanistico di Albertini?
Resta l'ossatura del successo di Milano. L'idea del partenariato pubblico-privato e della città policentrica ha funzionato. Peccato che la sinistra abbia preso l'efficienza del centrodestra e l'ha avvelenata con la burocrazia, consegnando la città ai fondi di investimento e lasciando i milanesi senza casa.