Dazi Usa, l'Ue cede ma Trump chiede di più. Ora pretende la fine del Green Deal
Bruxelles gioca a fare la fiera, ma la Casa Bianca non molla
L'Europa di Bruxelles ha piegato la testa. Dopo oltre cinque ore di notturne trattative a Strasburgo, eurodeputati e governi hanno strappato un compromesso per applicare l'accordo di Turnberry sui dazi con gli Stati Uniti. La retorica di Palazzo Berlaymont è subito partita in quarta, con la presidente Metsola che proclama orgogliosa che l'Europa è un partner affidabile. Fatta salva la facciata, la realtà è un'altra. Si è trattato di una resa mascherata da intesa, dove l'unica certezza è salvare il rapporto transatlantico senza finire massacrati dagli umori della Casa Bianca.
La finta euforia continentale è durata comunque lo spazio di un battito di ciglia. Il rappresentante americano al Commercio, Jamieson Greer, ha subito tirato uno schiaffo in faccia ai burocrati europei. I dazi sono solo un pezzo del puzzle, ha spiegato, e ora Bruxelles dovrà fare i conti con le barriere non tariffarie. Tradotto per noi comuni mortali, Washington pretende lo smantellamento delle norme assurde sulle Big Tech e l'eliminazione delle gabbie del Green Deal. Quelle stesse regole ambientaliste che stanno strangolando le nostre imprese.
Il Parlamento europeo cerca la via di fuga
A difendere la pelle dell'industria europea, o quel che ne resta, ci ha provato il Parlamento di Strasburgo. Di fronte alle continue minacce di Donald Trump, che ha persino ventilato dazi al 25% sulle auto del Vecchio Continente, il negoziatore socialista Bernd Lange ha preteso qualche garanzia. Il risultato è una rete di clausole per blindare il patto, compresa una scadenza al 2029 e tutele specifiche per acciaio e alluminio. Lange ha persino provato a fare il gradasso, attaccando Trump e ricordando che in Europa le decisioni si prendono democraticamente, non c'è un uomo solo che decide. Peccato che poi abbia chiuso citando i Rolling Stones, ammettendo tra le righe che l'accordo è un ripiego. Con gli americani non si scherza, e la scadenza dell'articolo 122 a luglio incombe come una spada di Damocle.
Tajani salva l'industria, l'Ue insegue accordi inutili
Sul fronte italiano, il vicepremier Antonio Tajani ha provato a mettere una pezza, definendo l'accordo una garanzia di stabilità e certezza economica per le nostre imprese. Una lettura pragmatica, lontana dai grilli ideologici di Bruxelles. Stessa linea per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, felice di salvare l'industria teutonica.
Intanto, la von der Leyen corre ai ripari e invoca l'indipendenza europea. Peccato che la sua idea di indipendenza sia firmare accordi con Mercosur, India e Messico. Tutte scorciatoie che non risolvono il problema di fondo. Il 16 o 17 giugno l'Europarlamento voterà la ratifica, ma i dubbi restano. L'Europa ha evitato la guerra commerciale totale, ma a che prezzo? Quello di dover mandare in soffitta il suo amato Green Deal su ordine di Washington.