La riforma del cinema cambia volto, e non è poco. La Camera ha dato il via libera a un testo che stravolge le regole del gioco, dopo mesi di polemiche feroci sul tax credit e sul blocco imposto dal governo a un sistema che fino a ieri sembrava una mucca da mungere per pochi privilegiati. Ma attenzione: il percorso è solo a metà, manca il Senato, e gli operatori del settore già storcono il naso.
Perché gli addetti ai lavori non sono contenti
Il problema, dicono le associazioni di categoria, è sempre lo stesso: i soldi. Si può anche creare un ente autonomo, ma senza una dotazione finanziaria certa, la tanto sbandierata autonomia resta carta straccia. Gli autori chiedono da tempo una tassa di scopo, magari un 5% sugli utili delle piattaforme come Netflix e Amazon, per finanziare i giovani talenti e la sperimentazione. L'opposizione di Avs aveva già annunciato un emendamento in questo senso a luglio, ma il centrodestra ha scelto un'altra strada.
Cosa cambia davvero con la nuova legge
Il testo approvato introduce due novità sostanziali: un Forum di esperti, che prenderà il posto del Consiglio Superiore del Cinema e dell'Audiovisivo, e una nuova Agenzia per il cinema, con piena autonomia organizzativa e gestionale, che assorbirà le funzioni operative oggi in mano alla Direzione generale del Mic. Il ministero, però, mantiene saldamente il controllo: vigilanza, indirizzo politico e poteri ispettivi restano a via del Collegio Romano.
Nel Forum siederanno otto esperti nominati dal ministro della Cultura, con rispetto dell'equilibrio di genere, più i rappresentanti di autori, produttori, distributori, esercenti, piattaforme e persino del settore videoludico. Una babele di interessi, ma con un filo conduttore: la politica decide, gli altri eseguono.
Il nodo dei soldi resta irrisolto
La vera novità, che farà discutere, è che l'Agenzia non gestirà più i fondi statali. Una scelta netta, che toglie potere agli apparati e lo restituisce al governo. Ma senza una tassa di scopo, come chiedono gli operatori, il rischio è che le risorse restino quelle che sono, con i soliti giochi di potere e le solite raccomandazioni.
Dal 2028 gli esperti saranno scelti tramite avviso pubblico sul sito dell'Agenzia. E il governo avrà due anni per emanare i decreti attuativi, con l'obiettivo di snellire le procedure, garantire tempi certi per l'erogazione dei contributi e introdurre la figura del 'responsabile per i contributi e incentivi anche fiscali'. Tradotto: più trasparenza, meno balletti.
Cosa succederà ora
Il testo passa ora al Senato, dove la maggioranza dovrà confermare le scelte fatte. Nel frattempo, restano da risolvere i problemi veri: la discontinuità dei lavoratori dello spettacolo, gli ammortizzatori sociali e il sostegno a chi sta in condizioni di fragilità. Il governo è delegato a intervenire anche su questo, ma i tempi della burocrazia sono sempre lunghi.
La sensazione è che Meloni e il suo ministro della Cultura vogliano finalmente mettere un freno a un settore che per anni ha vissuto di rendita, con contributi facili e pochi controlli. La strada è giusta, ma la meta è ancora lontana.