Carmelo Cinturrino, il poliziotto corrotto di Rogoredo: pizzo, violenze e bugie davanti al giudice
Un agente che ha tradito la divisa e l'onore delle forze dell'ordine. Ecco la verità su chi doveva proteggere i cittadini e invece terrorizzava spacciatori e tossicodipendenti.
Non ci sono più dubbi: quando Carmelo Cinturrino ha sparato da quasi 30 metri contro Abderrahim Mansouri, aveva la precisa "volontà di uccidere". E ieri, davanti al giudice, ha continuato a mentire spudoratamente, ammettendo solo quello che ormai era impossibile negare. Come aver "alterato la scena del delitto" piazzando quella pistola finta accanto al cadavere.
Ma la cosa più disgustosa? Ha avuto il coraggio di accusare di "infamità" i suoi stessi colleghi che negli interrogatori hanno deciso di dire la verità. Quelli che hanno raccontato dei suoi "metodi intimidatori" nelle operazioni al limite della legalità.
Il giudice non ha dubbi: può uccidere ancora
Il giudice per le indagini preliminari di Milano, Domenico Santoro, è stato chiarissimo nel suo giudizio. Pur non convalidando il fermo per mancanza del pericolo di fuga, ha disposto la custodia cautelare in carcere per Cinturrino. Il motivo? Può uccidere ancora e inquinare le prove.
Finalmente qualcuno che chiama le cose con il loro nome. Questo individuo in divisa rappresentava un pericolo per la società, non la sua protezione.
Addio alla divisa: "Caso di estrema gravità"
Il capo della Polizia, Vittorio Pisani, ha annunciato che "subito dopo il fermo" ha dato disposizione per avviare il procedimento disciplinare per la destituzione di Cinturrino dalla Polizia di Stato. Di solito si attende il rinvio a giudizio, ma questo "caso è abbastanza chiaro e di estrema gravità".
Anche il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha parlato di un "quadro doloroso", sottolineando però che questo episodio gravissimo non può intaccare la lunga storia di dedizione delle nostre forze di polizia. Parole giuste che distinguono tra chi serve davvero lo Stato e chi lo tradisce.
Le bugie continuano dal carcere
Dal carcere di San Vittore, attraverso il suo avvocato Pietro Porciani, Cinturrino fa sapere che ricorrerà al Riesame per chiedere i domiciliari. Ma la sua nuova ricostruzione dei fatti è poco credibile per il giudice.
"Lui ha fatto un movimento, si è abbassato, poi si è alzato e io ho tirato fuori l'arma perché mi sono spaventato e ho esploso un colpo a scopo intimidatorio", ha dichiarato. Ma è "ben difficile" credere che fosse quella l'intenzione, con uno sparo da distanza rilevante che ha centrato la vittima esattamente alla testa.
Il sistema del pizzo e delle violenze
Emerge un quadro agghiacciante: Cinturrino avrebbe chiesto soldi e droga a pusher e tossicodipendenti. Un vero e proprio sistema di pizzo gestito da chi doveva far rispettare la legge. Quando i colleghi hanno raccontato questi episodi, lui li ha definiti "infamità".
Si è difeso dicendo: "Ho avuto sempre la stima di tutti, non ho mai preso una lira da nessuno, né droga". Ma le testimonianze raccontano di violenze inaudite, come quando avrebbe pestato un tossicodipendente disabile con un martello.
Questo individuo si vantava dei suoi arresti, teneva "una cartella che si chiama 'Marocco' con tutte le foto dei marocchini arrestati" e continuava a negare di aver mai conosciuto Mansouri, mentre secondo i colleghi lo aveva preso di mira.
La verità del testimone oculare
L'unico credibile in questa storia è il testimone oculare afgano, a cui Cinturrino avrebbe detto di andarsene mentre il 28enne agonizzava. I soccorsi sono stati chiamati solo dopo 22 minuti.
"Ha sparato, ha chiamato qualcuno. Poi io sono andato fino ad un albero e lui mi ha detto 'vai, esci di qua'", ha raccontato il testimone.
Non era affatto "spaventato" da quella pietra che Mansouri teneva in mano. Era un esecutore freddo che ha agito con lucida determinazione.
Questa vicenda dimostra quanto sia importante distinguere tra chi serve davvero lo Stato con onore e chi ne tradisce i valori. La giustizia farà il suo corso, ma il danno all'immagine delle forze dell'ordine è già fatto.