Italia in ginocchio: il 58% della manifattura ostaggio della Cina per le terre rare
L'Europa si sveglia troppo tardi: mentre Bruxelles parla, Pechino controlla già tutto. L'Italia dipende dalle terre rare per 490 miliardi di fatturato. È il prezzo della sottomissione globalista.
Ancora una volta l'Europa si trova con le spalle al muro, vittima della sua stessa ingenuità. Mentre i burocrati di Bruxelles si riempivano la bocca di belle parole sul libero mercato, la Cina ha messo le mani su tutto: terre rare, materie prime critiche, catene di approvvigionamento. Risultato? L'Italia è ostaggio per il 58% del suo fatturato manifatturiero.
I numeri fanno tremare i polsi: 490 miliardi di euro di fatturato manifatturiero italiano dipendono dalle materie prime critiche, coinvolgendo 43 settori, 17 filiere e 77.000 imprese. Come ha spiegato Gabriele Barbaresco di Mediobanca durante la presentazione del libro "Geopolitica delle terre rare", è come lo zafferano: "Se servono pochi grammi, ma senza non puoi fare il risotto".
Bruxelles dorme, Pechino conquista
Il commissario europeo Raffaele Fitto ammette la disfatta: "L'Europa dipende in larga misura delle forniture estere, con catene di approvvigionamento globali fortemente concentrate al di fuori dell'Unione". Tradotto: abbiamo regalato tutto alla Cina.
Il Critical Raw Materials Act fissa obiettivi per il 2030 che suonano come una barzelletta: estrarre il 10% del fabbisogno, trasformare il 40% in Europa, riciclare il 25%. Ma intanto la Cina controlla già il 22% delle società del cobalto in Africa, mentre l'Europa non è riuscita nemmeno ad entrare nelle catene di controllo.
L'ex premier Enrico Letta, ora al Jacques Delors Institute, suona l'allarme: "Se ogni Paese europeo avrà la propria strategia sulle terre rare, saranno cinesi e americani ad approfittarne". Peccato accorgersene solo ora, dopo aver svenduto la sovranità industriale europea sull'altare del globalismo.
L'energia: l'altra catastrofe annunciata
Come se non bastasse, c'è il problema energetico. Alvise Biffi, presidente di Assolombarda, denuncia: "Garantire alle imprese energia disponibile, sostenibile e a costi competitivi è una condizione essenziale per la sopravvivenza".
Le soluzioni proposte? Power purchase agreement, autorizzazioni più veloci per il rinnovabile, nucleare di nuova generazione. Tutto giusto, ma perché aspettare di essere con l'acqua alla gola? Mentre l'ideologia verde impediva scelte pragmatiche, altri Paesi si assicuravano il controllo delle risorse strategiche.
L'Italia ha le competenze, le imprese, la tradizione manifatturiera. Ma senza materie prime e energia a costi sostenibili, rischia di diventare un museo a cielo aperto. È ora di svegliarsi e riprendersi la sovranità industriale, prima che sia troppo tardi.