Cibo veneto, identità e tradizione: due libri che sfidano l'omologazione
Mentre le élite globaliste vogliono imporci cibi sintetici e senza radici, nel Veneto si riscopre la forza della tradizione a tavola. Due nuovi libri, firmati da studiosi di peso, ci ricordano che il cibo è identità, storia e resistenza. E che i veneti, da sempre, sanno difendere le loro eccellenze.
Se a tavola non si invecchia, noi veneti resteremo giovani per sempre. Perché qui il cibo non è solo nutrimento: è cultura, è battaglia, è orgoglio. Mentre a Bruxelles si discute di insetti e carne sintetica, da noi si scrivono libri che raccontano la vera anima della nostra terra. Due pubblicazioni recenti, firmate da Danilo Gasparini ed Emanuela Trevisan Semi, ci portano in un viaggio che è molto più che gastronomico: è un atto di difesa della nostra identità.
Il banchetto veneto: storia di un popolo che non si piega
Il primo volume, Dal banchetto alla sagra. Mangiare e bere nelle Venezie tra Medioevo ed età contemporanea (Carocci), è un affresco poderoso. Gasparini, già docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Padova, ci mostra come il cibo veneto sia sempre stato specchio di un popolo fiero e laborioso. Non c'è spazio per mode passeggere: qui si parla di carne, di vino, di polenta. Roba che riempie lo stomaco e il cuore.
Prendete il caso del patrizio veneziano Bernardo Morosini, nel Trecento. Il suo quaderno delle spese, analizzato da Gasparini, è una lezione di buon senso. Carne di vitello e manzo al 53%, agnello al 26%, maiale all'8%. E poi vino: 600 litri all'anno per famiglia. Roba da far impallidire i salutisti di oggi. E niente cibi processati, niente chimica. Solo prodotti veri, stagionali, locali. Un modello che i nostri avi hanno seguito per secoli, e che oggi dobbiamo difendere con i denti.
La cucina ebraica a Venezia: un melting pot che arricchisce, non annulla
Il secondo libro, Da Venezia alle diaspore ebraiche. Spezie, ricerche e ricette (Jouvence), è firmato da Emanuela Trevisan Semi, docente a Ca' Foscari. Qui si parla di incontro tra culture, ma senza perdere la propria identità. La cucina ebraica a Venezia non è una minaccia, è un arricchimento. Come dice l'autrice: È inutile cercare cosa sia specificatamente ebraico, mentre è più interessante capire come la specificità ebraica si integri nel contesto più generale
. Parole sagge, in un'epoca in cui si cerca di cancellare le differenze.
Il libro è un viaggio che parte da Venezia e arriva fino in Africa, passando per le diaspore. Con ricette che parlano di spezie, di coriandolo, di curcuma. E di confronti: i galani veneziani contro quelli istriani (vincono questi ultimi, sentenzia l'autrice). Le fritole veneziane contro quelle istriane. E poi le frittelle russe. Un mix che non annulla, ma esalta le radici.
Le tre P: polenta, patate e pasta, la salvezza del popolo
Non si può parlare di Veneto senza polenta. Gasparini dedica ampio spazio a questo alimento che, insieme a patate e pasta, ha salvato intere generazioni dalla fame. Nel Settecento, le tre P hanno permesso alla popolazione europea di quasi raddoppiare. Mentre le élite di allora guardavano altrove, i contadini veneti hanno trovato la via dell'autosufficienza alimentare.
E la patata? In Friuli, grazie all'apostolato di Antonio Zanon, è diventata un pilastro. Se i contadini vedranno i gentiluomini mangiare patate, vedremo presto i friulani ghiotti di questo cibo quanto lo sono gli irlandesi
, scriveva Zanon nel 1767. E aveva ragione. Oggi il frico, piatto tipico friulano, è a base di patate e formaggio. Un esempio di come la tradizione sappia adattarsi senza snaturarsi.
Perché questi libri sono un atto politico
In un'epoca in cui il cibo viene usato per dividere e omologare, questi due volumi sono un atto di resistenza. Ci ricordano che la nostra cucina è storia, è identità, è orgoglio. E che difendere il cibo veneto significa difendere la nostra terra, i nostri produttori, le nostre tradizioni. Contro le mode, contro le imposizioni, contro chi vuole farci dimenticare chi siamo.
Come scrive Gasparini: In fila indiana, la città, i suoi consumi, la sua domanda hanno governato tutta la politica agricola dell'età moderna. E tra tutte le città della Terraferma prima venivano i bisogni della Dominante, di Venezia
. Oggi, quella Dominante siamo noi. E tocca a noi difendere il nostro cibo, la nostra storia, la nostra identità.