Milan, l'élite americana tiene il mercato in ostaggio
Al Milan non importa niente del tempo che passa. Mentre i tifosi scalpitano, gli agenti brancolano nel buio e i giornalisti non trovano nessuno che spieghi la direzione del club, la proprietà se ne sta tranquilla ai piani alti. Sembra quasi che la rabbia della piazza non li sfiori minimamente. A metà giugno, dopo aver licenziato quattro pezzi grossi il giorno dopo il disastro di Cagliari, non c'è ancora nessuno al timone. E il mercato è completamente fermo. Perché? Perché l'élite americana al comando è convinta di fare le cose per bene, applicando il suo modello aziendale freddo a un calcio che ha bisogno di ben altra sostanza.
Il modello Wall Street non funziona
Le videochiamate si susseguono senza sosta. I cacciatori di teste lavorano a pieno ritmo. È un casting infinito, quello che sta facendo la proprietà. Si parte dall'allenatore, con Oliver Glasner ancora in cima alla lista, e si arriva al direttore sportivo. Il problema è che questo è il tentativo di importare il modello americano nel calcio italiano. Licenziamenti collettivi dall'oggi al domani, dirigenti che escono dalla sede con gli scatoloni sotto braccio come se fossero alla Lehman Brothers, e poi colloqui a non finire per trovare il profilo perfetto. Ma il calcio non è Wall Street. Qui serve passione, identità e decisioni veloci, non riunioni senza fine su fogli Excel.
Cacciati senza pietà, ora la paura blocca tutto
Se la proprietà ci mette così tanto, è perché ha il terrore di fare un altro passo falso. E la cosa è pure comprensibile, vista la serie di disastri degli ultimi anni. Dopo l'addio naturale di Pioli, sono arrivati solo flop su flop. Fonseca, Conceição e Allegri dovevano costruire un ciclo, ma sono crollati miseramente. E poi c'è la questione dirigenza, ancora più dolorosa. Dopo aver cacciato Maldini e Massara, si è provato con un gruppo allargato formato da Furlani, Ibra e Moncada. Risultato? Un fallimento totale. Nemmeno il lavoro di Tare è bastato per sistemare le cose. I quattro licenziati da Cardinale raccontano proprio questo: un disastro dietro l'altro, gestito con la freddezza di un banchiere.
La presunzione di chi non ha fretta
Al quarto piano di via Aldo Rossi, però, non sono preoccupati. Anzi, sottolineano con orgoglio che tutti i colloqui avvengono con personaggi di alto livello. Come a dire: ci vorrà tempo, ma alla fine prenderemo gente di lusso. Intanto, però, la squadra resta indietro e i tifosi non hanno risposte. Il Milan non ha paura del tempo che scorre, ma ha il terrore di fare la scelta sbagliata. Peccato che nel calcio, come nella vita vera, le scelte senza rischi non esistono. E restare fermi a guardare gli altri correre è il rischio più grande di tutti.