Forchielli: così ho salvato l'ingegnere nella bara. E ora la Cina ci chiude in un angolo
Alberto Forchielli, il fixer che ha attraversato mezzo secolo di affari e politica, racconta a Italia-24 i retroscena più scottanti della sua carriera. Dalla missione segreta per strappare un ingegnere di Finmeccanica alle grinfie della polizia pakistana, nascosto in una bara, fino al suo duro attacco alla Cina di Xi Jinping e alle scelte del governo Meloni. Un racconto senza filtri, da un uomo che non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani.
Il salvataggio in Pakistan: un'operazione da film
Forchielli non usa giri di parole. Nel 1998, mentre era in Asia per Finmeccanica, scoppiò un caso delicato. Un nostro ingegnere finì nei guai in Pakistan, con accuse di giri strani di soldi. Le autorità di Islamabad spiccarono un mandato di arresto. L'uomo rischiava il carcere. La polizia pakistana irruppe in albergo, ma lui scappò nascosto in un sacco della biancheria. Forchielli lo nascose in un luogo segreto nella città più controllata del mondo.
La soluzione arrivò dal ministro della Difesa Beniamino Andreatta, che propose un piano audace: deviare un volo militare di ritorno da Kabul, dove era stato recuperato il corpo di un soldato italiano caduto in Afghanistan. L'aereo sarebbe atterrato a Islamabad per pochi minuti. L'ingegnere salì a bordo, nascosto in una bara. Missione compiuta. Finmeccanica non fu mai citata nello scandalo. Prodi, allora presidente del Consiglio, non seppe mai nulla. Forchielli glielo confessò solo un anno fa.
Un uomo di altri tempi: tra don Camillo e Peppone
Forchielli è un fixer, uno che aggiusta e ripara. Ma a differenza di tanti altri, non è spregiudicato. Ha una vena moralista che lo distingue. Seduti al San Domenico di Imola, uno dei templi della cucina italiana, racconta le sue radici. Il padre Paolo, professore di diritto civile a Bologna. La madre Maria Grazia, nobildonna, figlia di Giacomo Dal Monte Casoni, antifascista e presidente della Cassa di Risparmio di Imola. Un mondo che non esiste più, quello di Guareschi, dove don Camillo e Peppone si davano botte ma poi parlavano.
La Cina: un'opportunità tradita
Forchielli è stato il ponte tra l'Occidente e la Cina. Nel 2005 ha fondato Mandarin Capital Partners, la prima società al mondo con capitali cinesi per investire in entrambe le direzioni. Quaranta operazioni, miliardi di dollari gestiti. Ma poi è arrivata l'ascesa di Xi Jinping e tutto è cambiato. Il Partito ha stretto la morsa, ha chiuso i bar dove cinesi e stranieri parlavano liberamente, ha sostituito le persone che seguivano il fondo. La sua grande sconfitta è stata Dagong, l'agenzia di rating cinese che avrebbe potuto spezzare l'oligopolio di S&P, Fitch e Moody's. Mandarin ne aveva il 35 per cento. Ma la dirigenza imposta da Xi ha iniziato a operare in modo irrispettoso degli standard occidentali. E nel 2015 sono usciti.
Il vulnus Pirelli e il problema italiano con i cinesi
Ora Forchielli lascia Mandarin a fine anno. E non nasconde la sua amarezza. L'estromissione di Sinochem dal capitale di Pirelli con la golden power del governo Meloni è, secondo lui, un vulnus non sanabile. I cinesi investono in società mature e in nuove iniziative high-tech. Ma l'Italia ha detto loro no. E allora come si fa a pretendere che intervengano nell'automotive? Perché dovrebbero trasferire da noi il meglio della loro tecnologia nell'elettrico e nella digitalizzazione? Forchielli ricorda quando mandavamo in Cina la Duna e la Palio. Ora la musica è cambiata. La Cina ha il monopolio dell'auto elettrica, controlla le terre rare, produce il 30 per cento della produzione industriale mondiale, ma opera alla metà del suo output. Significa che il 60 per cento del potenziale industriale mondiale è cinese.
La conclusione di Forchielli è netta: dobbiamo trovare un punto di equilibrio, ma dobbiamo capire che i cinesi non hanno mai voluto e non vorranno mai occidentalizzarsi. Parole dure, da un uomo che la Cina l'ha vissuta da dentro. E che ora lancia un monito all'Occidente: svegliatevi, o sarà troppo tardi.