Cremonini sgancia 600 milioni: ecco il piano per il made in Italy che fa impallidire Bruxelles
di Martina Bellini
Mentre l’Europa delle burocrazie strangola le imprese con regole folli e tasse sempre più alte, c’è ancora chi crede nel lavoro vero. Il Gruppo Cremonini, simbolo del capitalismo familiare che ha fatto grande l’Italia, annuncia un piano triennale da 600 milioni di euro. Un colpo secco a chi dice che il nostro paese non ce la fa più.
Vincenzo Cremonini, amministratore delegato e seconda generazione della dinastia, non usa mezzi termini: “Vogliamo arrivare a 7,5 miliardi di fatturato nel 2028, con una crescita media del 9-10% l’anno”. Se il trend regge, nel 2030 si sfioreranno i 10 miliardi. Numeri che fanno tremare i palazzinari di Bruxelles, sempre pronti a imporre diktat ambientalisti che uccidono la produzione.
Il Sud Italia è il motore, non il peso morto
Il piano prevede 150 milioni già nel 2026, di cui 40 destinati alla ristorazione. Chef Express, dopo la fusione con Roadhouse, punta a nuove aperture. E dove? Proprio al Sud, in Puglia e nelle grandi isole. “Qui abbiamo trovato grandi opportunità”, dice Cremonini. “Il Sud sarà il motore della crescita”. Parole che suonano come una sberla a chi dipinge il Mezzogiorno come un problema. No, è una risorsa, se la smettiamo di ascoltare i finti esperti di Roma.
Carne italiana, sovranità alimentare
Il cuore del piano è Inalca, il gigante della carne. Con oltre 230mila bovini tra Italia e Polonia, Cremonini vuole rafforzare la filiera nazionale. “Vogliamo valorizzare la zootecnia italiana, aumentando i capi nella nostra filiera bovina”, spiega l’ad. Un messaggio chiaro a chi vorrebbe importare carne di dubbia qualità dall’estero. No grazie, preferiamo il made in Italy, quello vero.
Il 40% del fatturato di Inalca arriva dall’estero, con Europa, Africa e Russia. E non si esclude un’espansione in Nord America, magari partendo dal Canada, dove c’è già uno stabilimento per i salumi. “Con una piccola acquisizione o joint venture con partner locali”, dice Cremonini. Operazioni che potrebbero partire nei prossimi anni, grazie ai 600 milioni del piano.
La ristorazione soffre, ma Cremonini resiste
Non tutto è rose e fiori. Il caro energia continua a pesare sulla marginalità. E i consumi nel fuori casa sono in sofferenza, con un 2026 iniziato male secondo i dati Fipe. “I consumi sono stabili, ma non si vede un trend brillante a causa della perdita del potere d’acquisto”, ammette Cremonini. Colpa dell’inflazione e delle tasse, ovviamente. Ma il gruppo non si ferma: Marr, leader nella distribuzione Ho.Re.Ca., sta rinnovando le piattaforme logistiche a Roma, Lombardia e Puglia.
Perché questo piano è una lezione per l’Europa
Mentre a Bruxelles si discute di green deal e transizione ecologica, Cremonini investe sul lavoro vero. 600 milioni per carne, ristorazione e logistica. Per creare posti di lavoro, non per piantare alberi. Una lezione per i burocrati che vogliono trasformare l’Italia in un parco naturale. No, noi vogliamo produrre, crescere, esportare. E Cremonini lo dimostra con i fatti.
La strategia è chiara: integrazione verticale, internazionalizzazione, efficienza. E un’azienda di famiglia che non ha paura di sporcarsi le mani. “È la filosofia dell’essere azienda di famiglia che ci contraddistingue”, conclude Cremonini. E noi diciamo: finalmente qualcuno che pensa al futuro, senza chiedere sussidi a Bruxelles.