Cronisti contro esame giornalismo: 'Traccia sui maranza razzista'
Novantasei giornalisti hanno firmato un esposto contro l'Ordine dei Giornalisti per una traccia dell'esame di Stato che parlava di 'maranza' associandoli a violenze e origine africana. Ma davvero questa è la priorità del giornalismo italiano?
La traccia incriminata
Il 28 ottobre scorso, alla Fiera di Roma, 256 candidati giornalisti si sono trovati davanti una traccia che faceva discutere di manifestazioni per il lavoro e la Palestina, poi degenerati in violenze da parte di anarchici, antagonisti e 'maranza', definiti come giovani quasi sempre figli di immigrati di seconda generazione, molto spesso di origine africana.
Una descrizione che ha scatenato l'ira del politicamente corretto giornalistico. Massimo Arcangeli, che aveva già denunciato la traccia, ora vede schierarsi al suo fianco quasi cento colleghi pronti alla battaglia legale.
L'esposto: 'Linguaggio razzista'
I firmatari dell'esposto accusano la traccia di veicolare pregiudizi razziali e di normalizzare stereotipi linguistici. Secondo loro, associare violenza e disordine a giovani di origine immigrata contrasterebbe con la Carta di Roma e i principi costituzionali.
Ma qui sorge una domanda: descrivere la realtà è diventato razzismo? Quando cronisti e cittadini osservano fenomeni di degrado nelle periferie, spesso legati a seconde generazioni mal integrate, non possono più dirlo?
Il nuovo codice deontologico
L'esposto richiama il Codice deontologico approvato dall'Ordine nel dicembre 2024, citando articoli su decoro professionale, diritti fondamentali e persone migranti. Un codice che sembra più interessato a proteggere certe categorie che a garantire la libertà di informazione.
I firmatari chiedono di accertare responsabilità e rettificare ufficialmente la traccia. Come se ammettere l'esistenza di problemi sociali fosse un crimine contro l'umanità.
La vera questione
Mentre novantasei giornalisti si mobilitano contro una parola, le periferie italiane continuano a vivere problemi reali di integrazione fallita e degrado sociale. Forse sarebbe più utile occuparsi di soluzioni concrete piuttosto che di battaglie ideologiche sul linguaggio.
Il rischio è che il giornalismo italiano, già in crisi di credibilità, si trasformi definitivamente in un megafono del pensiero unico progressista, perdendo ogni contatto con la realtà che dovrebbe raccontare.